XIV Congresso Nazionale SIEF - BARONI GRAZZINI
LA GINNASTICA NELL'INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO
C. Baroni* – L. Grazzini**
* Laurea in Storia e Filosofia – Insegnante di Educazione Fisica e Maestra di Ginnastica
** Laureato in Scienze Motorie
Nell’iniziare questa esposizione, al fine di meglio chiarire il significato di ciò che intendiamo ricercare nell’ambito dell’attuale insegnamento universitario, la “ginnastica”, riteniamo sia importante partire dall’analisi degli elementi formulati da chi per primo in epoca moderna dedicò ad essa un’ampia trattazione, il medico forlivese G. Mercuriale (1530-1606), il quale ne diede la seguente definizione:
“la disciplina (facultas) che studia l’efficacia (facultates) di tutti gli esercizi,
e che insegna con la pratica (opere ipso) le loro varietà,
al fine sia di conservare la buona salute (bona valetudo)
sia di acquisire e conservare un ottimo aspetto del corpo” (I,3).
Pur nella limitatezza delle conoscenze scientifiche dell’epoca, nel suo De Arte Gymnastica , pubblicato ben quattro volte dallo stesso Autore negli anni dal 1569 al 1601, egli traccia con estrema precisione i lineamenti di questa “scienza dell’esercizio fisico”, dedicando alla sua trattazione teorica l’intero libro quarto, dei sei che compongono l’intera opera.
Opera dedicata a quella che lui definisce spesso anche come gymnastica vera, gymnastica nostra (il termine gymnastica medica da lui usato non può e non deve essere considerato alla stessa stregua della moderna “ginnastica medica”, alla quale Mercuriale dedica semmai solo una trattazione piccolissima), intesa come disciplina ben distinta dalla medicina e che come questa abbisogna di terminologia e principi propri, in base alla considerazione che, seguendo i principi di Galeno, Ippocrate e anche di Platone, “in ogni scienza… la conoscenza del metodo generale a poco serve se non è accompagnata dalla trattazione dei particolari e dall’osservazione dei casi singoli, attraverso cui sia confermare in modo certo le cose trovate con il metodo generale, sia venga resa possibile in modo corretto la distinzione tra di esse, nelle loro somiglianze e differenze, nell’ignorar le quali fa capo ogni inganno dell’uomo, come scrive Platone nel Fedro.”
La base quindi del “corretto modo di operare” (definizione antica di ars) è la DISTINZIONE tra i vari modi in cui può estrinsecarsi l’esercizio fisico, in relazione a tutti gli elementi in base ai quali esso può differenziarsi.
Dopo averli suddivisi infatti in esercizi preparatori (“riscaldamento”), propri e complementari (“defatiganti”), Mercuriale passa ad indagare quali possono essere “le differenze tra gli esercizi”, individuandole in:
- Circostanze estrinseche: il luogo (all’aperto, al chiuso, all’ombra…)
- Il MODO: moto continuo o interrotto, e, se continuo, uguale o disuguale; se intermittente, con ordine o senza ordine; su fondo sabbioso o no, se con olio o senza olio e via dicendo
- La QUANTITÀ di moto, in base sia alla DURATA che dell’ INTENSITÀ (esercizio grande, piccolo o mediocre)
- La QUALITÀ del movimento: molto spazio in poco tempo, in tempo modico, in molto tempo; breve spazio in poco tempo, in tempo modico, in molto tempo… Nel caso di grandi esercitazioni, può aggiungersi la velocità (come nello scavare in fretta o ballare senza tregua) in altre la “gagliardia”, come nella salita alla fune; nelle piccole esercitazioni, alcune possono essere fatte con una certa velocità , altre senza alcuna velocità, come i trasporti in sedie, in lettighe, in navi etc. Tra le esercitazioni mediocri, in quanto non hanno molto né di celerità o lentezza, né di vigore o di languore, pone ad esempio il cavalcare o il camminare moderatamente.
In riferimento poi al soggetto a cui può essere proposto l’esercizio, Mercuriale, dopo lunghissima trattazione riguardo alle opinioni di chi in modo generico esclude o include a priori certe categorie (ad esempio i “malati”) dagli esercizi fisici, o di chi li riserva esclusivamente ai cosiddetti “atleti” oppure ai soli “sani”, Mercuriale anche qui si sente di puntualizzare che non si deve generalizzare, che occorre sempre precisare chi è il soggetto cui è rivolto l’esercizio: se sano o malato prima di tutto, ma anche alle caratteristiche che distinguono un individuo da un altro, principalmente.
- L’abitudine (consuetudo) di ciascuno
- L’età
- Le attitudini fisiche generali (obesi, gracili, “robusti”…) e quelle delle singole membra
- Il tenore di vita
- La costituzione fisica (temperatura)
Anche nella malattia, così come nella “sanità”, vanno operate delle distinzioni, tra cui quella tra “i malati in tutto il corpo” e “coloro che soffrono in una sola parte del corpo”, per i quali va considerata la possibilità di “esercitare le parti sane senza danno per le inferme”, in quanto l’esercizio così inteso può, “confermando il benessere delle parti sane, apportare per una certa conseguenza un qualche aiuto anche a quelle malate”: notevole anticipazione, questa sì, della moderna “ginnastica medica”.
Non possiamo esporre qui nel dettaglio tutti i punti presenti in questo capitolo dell’opera di Mercuriale, opera meticolosa, quasi pedante, nella ricerca della massima precisazione e del minimo dettaglio, mettendo al servizio della ars gymnastica principi metodologici propri della Medicina, come il concetto della “misura”o quello della gradualità, così come quello della necessità di conoscere l’esercizio fisico molto bene, in tutti i suoi aspetti, perché “al pari di un farmaco, esso può fare bene o male, a seconda di come viene “somministrato”, se “opportune ac prudenter” oppure “temere nullaque opportunitate ratione (in modo temerario e senza nessuna razionalità)”: “coloro che praticano la ginnastica nel primo modo, dice Mercuriale, passano una vita sana, senza bisogno di alcun medicamento; coloro invece che la negligono vivono afflitti da una perpetua infermità (perpetua infirmitate crucientur) e hanno sempre bisogno di medicamenti”
Di grande interesse poi sono le disquisizioni di Mercuriale sul significato dei vari termini, laddove distingue, sulla scorta dei grandi medici e filosofi dell’antichità, tra movimento, lavoro (o fatica) ed esercizio fisico, dedicando a ciò un intero capitolo (II, 2) e tornando più volte sullo stesso argomento, laddove potessero sorgere dubbi (IV,5)
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Qui termina la prima parte della mia esposizione, mirante ad evidenziare le caratteristiche e la complessità della ars gymnastica, che Mercuriale, quasi a por fine alle infinite disquisizioni in merito tra le autorità della civiltà classica, stabilisce essere una disciplina autonoma, distinta in modo netto dalla medicina, anche se, come quest’ultima, ha come fine la buona salute.
In Mercuriale, ed in particolare in questo quarto libro di cui abbiamo parlato, la chiarezza terminologica e il rigore metodologico vanno di pari passo, al fine di porre delle basi sicure e non equivocabili su ciò che si intende trattare.
Possiamo ora passare all’oggetto specifico della nostra trattazione, e vedere se e come si configuri, alla luce delle moderne acquisizioni scientifiche, questa “scienza dell’esercizio fisico” nell’attuale insegnamento universitario.
La prima cosa che salta agli occhi è la scomparsa dei termini di “Educazione Fisica” e di “Ginnastica”.
La Laurea che dal 2001 ha sostituito il Diploma rilasciato dagli Istituti Superiori di Educazione Fisica è stata denominata “Laurea in Scienze Motorie”.
Le Scienze Motorie sono le scienze di base della ginnastica, quelle che Mercuriale non aveva a disposizione perché ancora non si erano sviluppate: il De motu animalium del Borelli, base della moderna fisiologia e biomeccanica, fu pubblicato postumo solo nel 1680, mentre la stessa anatomia iniziava il suo processo di sistematizzazione solo nel 1545, col De humani corporis fabrica di Andrea Vesalio.
Le Scienze Motorie sono fondamentali per lo studio della ginnastica, ma non sono la ginnastica, così come non affrontano di per sé lo studio dell’esercizio fisico, volgendosi in modo generico al “movimento”.
Non solo, ma non comprendono nel nome (anche se, come vedremo, le troviamo comunque presenti nei Piani di Studio dei vari Corsi di Laurea) nemmeno tutto quel settore di studi che fanno la storia dell’educazione fisica e che si collegano alla pedagogia ed alla sua storia, e che comunque confluiscono anche nella storia della ginnastica.
Questo solo per quanto riguarda la denominazione dell’attuale insegnamento universitario.
Ma entriamo ora più nel dettaglio.
La nostra indagine riguarda la presenza della ginnastica all’interno dell’insegnamento universitario delle Scienze Motorie, sia da un punto di vista teorico, vale a dire nella terminologia, nello storia, come oggetto di studio e riflessione, sia l’aspetto pratico, relativo quindi alla presenza di palestre, di palestre attrezzate e di docenti impegnati in questo tipo di insegnamento.
Quando abbiamo iniziato la nostra indagine, a dire la verità, pensavamo fosse molto semplice: sarebbe bastato andare su Internet, scaricare i programmi di studio e lì avremmo comunque avuto tute le risposte.
Chiaramente non è stato così, soprattutto per la seconda parte, quella relativa all’aspetto pratico, quello poi che attesta la effettiva presenza della Ginnastica nell’insegnamento universitario.
Viste le difficoltà abbiamo cercato in vario modo di coinvolgere l’istituzione universitaria in questa indagine, attraverso docenti o presidenti di Corsi di Laurea, o anche associazioni di categoria: nonostante i nostri tentativi, non abbiamo avuto riscontri positivi, semmai solamente la segnalazione della difficoltà oggettiva insita in una ricerca di questo tipo.
Abbiamo chiesto anche aiuto al Ministero della Pubblica Istruzione, il quale ci ha risposto di non avere dati relativi all’insegnamento della ginnastica (e alla presenza quindi di palestre attrezzate) nei Corsi di Laurea in Scienze Motorie, che a quanto pare non esiste un coordinamento nazionale delle Università di Scienze Motorie a cui fare riferimento, e che l’unica opportunità sarebbe quella di contattare ciascun Istituto Universitario.
La ricerca è andata in questo senso.L’ho affidata ad un nostro studente del Corso per Maestro di Ginnastica dell’Istituto Duchenne, con l’ingrato compito di affrontare questo mare magnum. La ricerca telefonica è risultata ardua se non impossibile, considerato la infinità di Uffici e recapiti delle varie sedi universitarie e la difficoltà di capire e farsi capire riguardo all’oggetto stesso della nostra ricerca.
Ci limitiamo quindi alla sola esposizione dei vari Piani di Studio, consapevoli che
1) la ricerca è solo agli inizi, ma che senza l’aiuto, la collaborazione e il coinvolgimento dell’Istituzione Universitaria è quasi impossibile portarla a termine
2) nell’indagine sui piano di studio, la assenza di una terminologia condivisa non permette di avere certezze riguardo ai contenuti e crea l’impossibilità a capirsi tra “addetti ai lavori”.
Ciò è particolarmente grave, e va segnalato, poiché l’Università è la depositaria del sapere scientifico, così come della ricerca e dello studio: senza terminologia condivisa non può esserci ricerca scientifica, e senza di essa, senza i suoi risultati da portare all’attenzione dei politici, degli amministratori, dei mass media, da tale Università non può uscire una classe di professionisti con una competenza specifica, che la distingua in modo chiaro e netto da coloro che studiano medicina, da coloro che studiano Scienze dell’educazione o da coloro che “fanno sport”.
Nel definire quindi l’oggetto della nostra indagine, iniziamo a dare delle necessarie DEFINIZIONI.
ESERCIZIO FISICO: “atto motorio voluto e precisato” (E. Baumann, 1848 – 1916)
GINNASTICA: “scienza che studia l’esercizio fisico, gli effetti che con esso si possono produrre sull’organismo umano e che ha per fine il conseguimento d il mantenimento della buona salute” (da G. Mercuriale, modificata).
Se la ginnastica è la “scienza dell’esercizio fisico”, essa prenderà in considerazione tutti gli attrezzi possibili ed immaginabili, studiandoli, modificandoli, adattandoli, ed accettandoli se ritenuti validi per il suo scopo.
I grandi attrezzi sono attrezzi che, alla luce delle moderne acquisizioni scientifiche, sono stati studiati in questo senso dalla nostra Scuola Nazionale di Educazione Fisica, l’Istituto Duchenne di Firenze, e perciò sono stati accettati all’interno della GINNASTICA, anche per i loro aspetti educativi, che vedremo meglio illustrati nella sessione di oggi pomeriggio.
Ma torniamo a noi.
Nello scorrere i Piani di Studio delle diverse Facoltà (o Corsi di Laurea) la prima cosa che salta evidente agli occhi è il ricorrere di termini generici come “attività motoria” o “sport”.
Per quanto riguarda il primo, si tratta di un termine molto generico, significa semplicemente “muoversi”. Non indica né il cosa, né il come, né il perché.
Se ci si pensa bene, anche mangiare è un’attività motoria, perché si muove il braccio, la mandibola…
Sport, invece, è un termine sul quale occorre soffermarsi un attimo.
Oggi tutto viene definito “sport”.
Tanti insegnanti di educazione fisica insegnano bene, con passione, competenza, però dicono che fanno “sport”, e così non distinguono il loro lavoro da altri che sono degli “istruttori” (e non degli insegnanti) che hanno imparato ed insegnano solo le attività sportive.
Questa distinzione può non importare al genitore, al quale può non importare se quella cosa lì, fatta bene, si chiami sport o si debba invece chiamare in un’altra maniera.
Ma deve essere invece presente in ambito scientifico, quindi, universitario, perché la precisione dei termini deve dare indicazioni chiare in ambito legislativo, deve permettere di definire in modo chiaro e non sovrapponibile con altre professionalità la professionalità di chi si laurea in quella materia: non è un caso che ancora ad oggi non ci sia un albo professionale che ci identifichi, ci qualifichi e ci difenda in caso di controversie.
La seconda cosa che compare evidente dall’analisi dei vari Piani di Studio è l’assenza quasi completa dell’educazione fisica e della ginnastica, se non in qualche corso riguardante la Storia.
Che fine ha fatto la “scienza dell’esercizio fisico” di Mercuriale?
Dove sono la sua ricerca meticolosa e precisa del particolare che distingue un esercizio che fa bene da quello che fa male?
Dov’è la sua ricerca, da medico, del fare del bene alla gente, escludendo dal novero dei propri interessi tutto ciò che, seppur legato all’esercizio fisico, risponde a logiche diverse?
Ed invece nei Corsi universitari troviamo tanti, troppi corsi che insegnano il “Menagement dello sport” o insegnano a gestire al meglio le palestre di fitness…
Ed al di là poi della terminologia, e quindi dell’aspetto teorico, c’è, come già abbiamo detto, tutto il problema relativo all’aspetto pratico: cosa fanno, od imparano a fare, gli studenti di “Scienze Motorie”? Quanto spazio viene dato all’apprendimento pratico? Ci sono le palestre? E cosa imparano in queste palestre? Ci sono gli attrezzi? Imparano ad utilizzarli?
La nostra esperienza con gli studenti di Scienze Motorie ci dicono che no, questo non avviene, e che la parte pratica, comunque, viene spesso trascurata: ma qui siamo al di fuori di una ricerca razionalmente condotta.
Come SIEF abbiamo inviato notizia di questo nostro Congresso a tutte le sedi delle Facoltà di Scienze Motorie, perché fosse divulgato presso tutti i Docenti e anche presso gli studenti: vorremmo che in questa sede sorgesse una ampia discussione, se c’è qualche Preside di Corso di Laurea, qualche docente o qualche studente che possa portare il suo contributo in questo senso saremmo ben lieti di ascoltare anche voci che contraddicono quanto esposto.
Noi pensiamo che l’argomento sia importante e che questa sia la sede dove poter cominciare a discuterne.